Playmastermovie contro lo scandalo dei bambini sottratti
Roma, 12 dicembre 2025. Di Carmen Tortora
Nonostante i numerosi progetti attualmente in corso, Playmastermovie non poteva rimanere indifferente di fronte allo scandalo dei bambini sottratti alle famiglie.
Quando lo Stato ti prende i figli e ti chiama colpevole
I bambini piangono, i genitori gridano, gli agenti dicono «è la procedura». È sempre la procedura. È la parola jolly che serve allo Stato per trasformare l’ingiustizia in normalità.
Da quel momento non importa più cosa sia vero.
L’unica cosa che conta è che una parte della macchina ha deciso che quella famiglia non era “adeguata”, non era “idonea”, non era “in linea”.
E nello stesso istante in cui lo Stato decreta l’inidoneità, quella diventa realtà: le istituzioni non verificano, non chiedono, non ascoltano. Applicano. Come se la vita fosse un’etichetta e non un legame di carne, lacrime e sangue.
È così che funziona: un foglio, una firma, un errore. E i figli non sono più tuoi
La tragedia non è soltanto che questi bambini vengono tolti per un cavillo – la tragedia è che lo Stato considera normale farlo. Considera normale agire senza pietà, senza dubbio, senza umanità. Lo Stato, quando decide che una famiglia è fuori dallo stampo, sfodera la sua arma più potente: la presunzione di colpa.
Perché il cuore di tutto è questo: tu sei colpevole finché non dimostri il contrario. E dimostrarlo non basta quasi mai.
È lo Stato che ti dice che sei sbagliato, che non sei in grado, che non puoi gestire la tua vita da solo. Lo Stato che non ti guarda mai davvero negli occhi, ma sempre dall’alto, come un maestro infastidito che corregge il compito di un bambino lento.
E da quella porta sfondata, da quei piccoli portati via come se fossero pacchi da archiviare, si apre il sipario su una verità che nessuno vuole confessare: lo Stato non è un’istituzione che ti protegge. È un apparato che ti corregge. E quando comincia dai bambini, sta solo mostrando la sua forma più pura: la volontà di possesso.
Lo Stato non è tuo amico
Lo Stato non è tuo amico. Non lo è mai stato. E soprattutto: lo Stato non ti ritiene mai adulto. È lo Stato che ti guarda come un possibile ladro, anche se non hai mai rubato nulla in vita tua. È lo Stato che ti considera un evasore in potenza, anche se hai pagato ogni tassa fino all’ultimo centesimo. È lo Stato che ti definisce “a rischio” solo perché non vivi come piace a lui.
E il meccanismo è identico in tutto: nelle famiglie, nel lavoro, nella scuola, nella sanità.
Ogni settore ha il suo tribunale, la sua presunzione, il suo modo di trattarti come un problema.
Le istituzioni statali – tribunali, servizi sociali, anagrafe, sanità, scuola, fisco – sono rami dello stesso albero: quello che cresce nutrendosi delle tue paure e della tua dipendenza.
Lo Stato non vuole che tu capisca. Vuole che tu esegua.
Quando ti manda un avviso di pagamento sbagliato, sei tu a dover perdere ore per dimostrare che non devi pagare. Quando ti arriva una multa assurda per un errore del sistema, sei tu che devi provare l’errore. Quando lo Stato sbaglia a calcolarti contributi e trattenute, sei tu che devi rimediare.
È un potere che non chiede mai scusa perché non contempla la possibilità di sbagliare. Se c’è un errore, è tuo. Sempre tuo. Come quella famiglia che ha perso i figli per un cavillo: non importa quanto fosse assurda la motivazione, quanto illogica la conclusione. La procedura ha parlato. E per lo Stato la procedura è più vera della realtà.
Il paradosso
Ecco il paradosso: lo Stato ti chiede di fidarti, ma lui non si fida mai di te.
Ti tratta come un bambino, ma ti punisce come un adulto.
Ti dice che devi essere responsabile, ma ti lega le mani con regole contraddittorie. Ti dice che devi “camminare da solo”, ma semina ostacoli ogni due metri. Ti dice che sei libero, ma registra tutto ciò che fai, imponendoti password, codici, identità digitali, appuntamenti, procedure, prenotazioni online, SPID, speed, app verifiche, QR, controlli, e ogni anno un nuovo adempimento che ti ricorda che la tua libertà passa attraverso i suoi bollettini.
Lo Stato ti infantilizza di giorno e ti dissangua di notte.
E per mantenere questa illusione, ha bisogno di raccontare sempre la stessa storia: “Noi siamo i buoni, voi siete i bambini difficili”. Perché uno Stato moderno non reprime più con la forza. Reprime con la narrazione.
E allora arrivano loro: i nuovi sacerdoti della verità istituzionale. Influencer addomesticati, commentatori televisivi con la colonna vertebrale di gelatina, conduttori che piangono a comando se serve, sorridono a comando se conviene, e difendono ogni abuso perché “è necessario”, “è per il bene comune”, “è scientifico”, “è previsto dalla legge”.
Bambini puniti con la burocrazia
Li vedi ovunque: in TV, nei reel, nei talk show. Li mettono lì per una ragione: per insegnarti come devi pensare. Sono loro che ti spiegano che è giusto portare via dei bambini, perché “non puoi sapere tutto”. Sono loro che giustificano ogni controllo, ogni strappo, ogni invasione. Sono loro che tradiscono la gente normale per difendere un potere che non li considera nemmeno esseri umani, ma solo megafoni.
E mentre gli adulti vengono addestrati a obbedire con la propaganda, i bambini vengono puniti con la burocrazia. È un cerchio perfetto: lo Stato plasma i piccoli togliendoli ai genitori e plasma gli adulti togliendo loro la possibilità di decidere.
Il risultato è identico: tu non sei più un individuo, sei un’appendice dello Stato.
Lo Stato ti chiede di camminare da solo, ma decide come cammini. Ti dice che devi essere indipendente, ma ti prende metà dello stipendio. Ti dice che devi essere responsabile, ma ti punisce per ogni errore di un sistema che non funziona. Ti dice che devi contribuire al bene comune, ma se perdi il lavoro non ti salva. Ti dice che devi crescere, ma ti tratta come un minore non emancipato.
E quando tu cadi – perché cadrai, perché tutti cadono prima o poi – lo Stato non ti tende la mano. Ti aspetta al varco. Ti punta il dito. Ti manda una cartella. Ti manda un avviso. Ti manda un accertamento. Ti manda un funzionario. Ti manda una sanzione. E se può, ti manda pure un calcio mentre sei già a terra.
E tutto questo mentre finge di essere il tuo “tutore”. Finge di proteggere i bambini, ma li strappa per un cavillo. Finge di aiutare le famiglie, ma le costringe a indebitarsi. Finge di difendere i lavoratori, ma gli toglie ogni autonomia. Finge di ascoltare, ma risponde sempre con la stessa voce piatta: Procedura.
Lo Stato non è tuo amico. Lo Stato non ti sta aiutando. Lo Stato non ti considera un adulto, un individuo, un essere umano.
Perché uno Stato che può portarti via i figli per un cavillo non è un custode: è un padrone.
E un padrone non ti ama mai. Un padrone ti possiede.