Al centro del dibattito c’è il progetto che punta a trasformare i medici di medicina generale da liberi professionisti a dipendenti del Servizio sanitario nazionale, una prospettiva che trova il sostegno delle Regioni ma che viene contestata con forza dalle organizzazioni di categoria.
A intervenire sul tema è l’ex assessore regionale alla Sanità Mario Nieddu, che rivendica la posizione assunta durante il suo mandato. “Fui l’unico rappresentante di Regione a oppormi al passaggio alla dipendenza dei medici di famiglia” ricorda Nieddu, spiegando di aver presentato una proposta alternativa che aveva ottenuto il via libera della Conferenza delle Regioni.
Secondo l’ex assessore, la soluzione più efficace sarebbe quella di modificare il regime contrattuale dei medici di famiglia senza trasformarli in dipendenti pubblici.
“La proposta era quella di passare a un rapporto di parasubordinazione, con un accordo nazionale simile a quello degli specialisti ambulatoriali interni” spiega.
Un modello che, secondo Nieddu, consentirebbe di inserire immediatamente i medici nelle Case di Comunità mantenendo però il rapporto fiduciario con i pazienti e l’attività negli ambulatori territoriali. “In questo modo si garantirebbe una flessibilità organizzativa che la dipendenza non può offrire e si eviterebbe persino la necessità di aumentare il numero dei medici per assicurare gli stessi servizi”, sostiene.
L’ex assessore individua inoltre un altro nodo cruciale della trattativa: il futuro dell’Enpam, la cassa previdenziale dei medici. “Con un accordo simile a quello degli specialisti ambulatoriali, i contributi continuerebbero a essere versati all’Enpam e verrebbe meno uno dei principali motivi di scontro che oggi blocca il confronto” afferma.
Per Nieddu, superare l’attuale impasse è fondamentale per dare piena attuazione al nuovo modello di assistenza territoriale previsto dal decreto ministeriale 77, basato sulla presa in carico dei pazienti cronici e sulla prevenzione. “Solo così si potranno rendere realmente operative le Case e gli Ospedali di Comunità” sottolinea.
L’ex assessore lancia poi un avvertimento sui tempi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. “Se le strutture finanziate con il PNRR non saranno pienamente operative entro il 30 giugno 2026, esiste il rischio concreto di dover restituire i finanziamenti europei”, osserva.
Non manca infine una riflessione critica sullo stesso Pnrr. Nieddu sostiene che l’adesione al piano non sia stata necessariamente la scelta più vantaggiosa per il Paese: “Si continua a parlare di un grande successo, ma occorre ricordare che l’Italia ha ottenuto la quota più elevata di risorse perché era il Paese con le maggiori difficoltà economiche. E anche la parte considerata a fondo perduto, alla fine, dovrà essere restituita”.
Parole che riaccendono il confronto su una riforma destinata a incidere profondamente sul futuro della sanità territoriale e sull’organizzazione dell’assistenza di prossimità.