Il dilemma della Fed: perché l'accelerazione dell'impiego frena la corsa ai tagli
Milano, 4 maggio 2026. A cura di Enguerrand Artaz, Strategist di La Financière de l'Echiquier. Redatto il 30.04.2026
Dopo più di otto anni a capo della Federal Reserve statunitense (Fed), il 26 aprile scorso Jerome Powell ha presieduto il suo ultimo comitato di politica monetaria.
Ha tenuto per l’ultima volta la consueta conferenza stampa a margine del FOMC[1], attesissimo appuntamento per tutti gli operatori del mercato.
E se, come sempre accade con questo alunno modello di Princeton, la forma è stata misurata e le parole abilmente pesate, dietro la facciata si percepiscono i segni di un avvicendamento meno fluido del solito alla guida della più potente banca centrale del mondo.
Certo Jerome Powell ha affermato che, intendendo rimanere nel board come consentito dalla legge, non agirebbe come un “presidente ombra”, lasciando quindi al suo successore, Kevin Warsh, il compito di assumere la piena direzione della Fed. Tuttavia le fratture all’interno dell’istituzione risultano quanto mai evidenti.
Ironicamente, sebbene Jerome Powell sia considerato un uomo di consenso, la sua ultima riunione si è conclusa con il più ampio numero di dissensi dagli anni ’90. Come di consueto, Stephen Miran, nominato da Trump, si è opposto al mantenimento dello status quo sui tassi, pronunciandosi a favore di un taglio immediato dello 0,25%, mentre altri tre governatori, Beth Hammack, Neel Kashkari e Lorie Logan, hanno sostenuto la decisione di tenere i tassi invariati, ma si sono opposti all’inserimento nel comunicato del FOMC del passaggio sul mantenimento di un orientamento accomodante. Una duplice frattura che simboleggia le due forze contrapposte che animano la Fed e che il futuro presidente Kevin Warsh dovrà tentare di conciliare.
Da una parte, la quasi ossessione di Donald Trump nel volere che la banca centrale abbassi i tassi di riferimento, simboleggiata dalla posizione ultra-accomodante del suo luogotenente Stephen Miran.
Dall’altra, una realtà economica americana sempre meno compatibile con un simile orientamento. L’inflazione core, secondo la misura PCE[2] utilizzata dalla Fed, si attesta al 3,2%, ben al di sopra degli obiettivi della banca centrale. E se questa cifra è in parte dovuta all’effetto ritardato dell’aumento dei dazi, che dovrebbe diradarsi nei prossimi mesi, non sconta eventuali effetti di secondo round legati alla situazione in Medio Oriente. Quanto all’occupazione, l’altro mandato della Fed, la situazione è in sensibile miglioramento. Gli ultimi dati, ma anche le revisioni dei dati del 2025, avvalorano l’idea che il mercato del lavoro statunitense, dopo avere toccato i minimi l’estate scorsa, abbia ora avviato una fase di riaccelerazione.
Sebbene una simile situazione non imponga ovviamente un inasprimento monetario, visti i livelli già elevati dei tassi reali negli Stati Uniti, non giustifica neanche i drastici tagli invocati a più riprese da Donald Trump.
Ecco allora il principale dilemma per la Fed nei prossimi mesi, ossia la sua indipendenza.
Anche se Jerome Powell si è sempre posto come il garante della sua autonomia, negli ultimi passaggi della sua conferenza stampa di commiato si è dimostrato piuttosto preoccupato, trasformandoli in un appello a favore dell’indipendenza della banca centrale, che oggi giudica “a rischio”.
È così ha lanciato la palla a Kevin Warsh che, in occasione della sua audizione al Senato, ha assicurato che non intende lasciarsi influenzare dall’inquilino della Casa Bianca. Da parte di Powell, un modo per fargli capire che, pur dichiarando di “credergli sulla parola”, farà da baluardo dell’indipendenza dell’istituzione nel caso in cui il suo successore fosse tentato di seguire ciecamente le direttive presidenziali ignorando la realtà economica. Insomma, Jerome Powell ha pronunciato il suo ultimo discorso da presidente della Fed, ma potrebbe non avere detto l’ultima parola.
[1] Federal Open Market Committee
[2] Indice dei prezzi della spesa per i consumi personali