BCE, burocrazia e geopolitica: le catene che soffocano il riscatto europeo

BCE, burocrazia e geopolitica: le catene che soffocano il riscatto europeo
Enguerrand Artaz, Fund Manager di La Financière de l’Echiquier

Milano, 9 settembre 2026. Di Enguerrand Artaz, Strategist, LFDE

Quando ormai non ci si sperava più, il 2025 si è rivelato, sui mercati, il tanto atteso anno dell’Europa.

Il 2026 sembrava essere cominciato sotto i migliori auspici: il differenziale di valutazione con gli Stati Uniti rimaneva elevato, i flussi erano in ripresa, i piani di stimolo tedeschi promettevano una riaccelerazione dell’economia e la disinflazione proseguiva il suo corso.

Si poteva addirittura sperare che le raccomandazioni del rapporto Draghi avrebbero potuto portare a sviluppi concreti in termini di competitività, o persino che la guerra in Ucraina sarebbe potuta volgere finalmente al termine.

Quasi tre trimestri dopo, la realtà non assomiglia affatto a questa visione idilliaca.

Il conflitto in Iran ha frenato il processo di disinflazione, portato a un rialzo (come minimo) dei tassi della BCE e ricordato quanto è profonda la dipendenza energetica dell’Europa.

I flussi che avevano ripreso ad andare verso le azioni europee si sono bloccati.

I piani di rilancio tedeschi sono stati deludenti per ora, sia in termini di ritmo degli stanziamenti sia come effetto acceleratore sulla crescita del continente.

I costanti progressi dell’AI sono di volta in volta un’occasione per misurare il ritardo tecnologico dell’Europa.

Quanto alla semplificazione burocratica e normativa, rimane in gran parte una pia illusione.

Eppure, nonostante tutti questi fattori sfavorevoli, i mercati europei sono pressoché alla pari con quelli statunitensi da inizio anno: +13,5% per l’EuroStoxx 50 contro +14,3% per lo S&P 500[1].

Ancora meglio: nelle ultime settimane si è assistito a una netta ripresa delle prospettive europee.

Gli utili aziendali nel secondo trimestre hanno ampiamente superato le attese, con una crescita dell’11% rispetto all’anno scorso e del 23% se si include il settore energetico, sostenuto dall’aumento del prezzo del petrolio.

Le revisioni al rialzo degli obiettivi, le più marcate da fine 2022, hanno ridato ottimismo agli analisti.

Le sorprese macroeconomiche, dopo la depressione primaverile, sono notevolmente migliorate, anche se i dati assoluti rimangono modesti.

A corollario di questo ritrovato ottimismo, i flussi sono in netta ripresa e sfiorano i livelli record del 2021 secondo Goldman Sachs[2].

Questa vivacità non si traduce ancora in una netta sovraperformance dell’Europa, ma ha già molte ripercussioni sotto la superficie, con un marcato apprezzamento delle small e mid cap e delle tematiche procicliche, compreso il settore automotive, nonostante permangano le sue gravi difficoltà.

Affinché questa schiarita non sia un semplice fuoco di paglia, l’Europa dovrà lottare strenuamente contro il suo più grande nemico: sé stessa.

L’assenza – o quasi – di conseguenze concrete dell’incoraggiante rapporto Draghi ricorda l’immobilismo nel quale si impantanano troppo spesso le istituzioni europee, in un momento in cui gli equilibri mondiali cambiano molto velocemente.

Il dogmatismo caricaturale della BCE inasprisce inutilmente le condizioni finanziarie mentre il Vecchio Continente non è certo in una fase di surriscaldamento.

La difficoltà dell’Unione europea ad agire per proteggere le sue industrie strategiche dagli appetiti cinesi e americani traduce una certa ingenuità rispetto alla trasformazione dei rapporti di forza globali.

La manifesta incapacità dei cattivi alunni del continente – Francia in primis – a riformarsi fa aleggiare lo spettro di una nuova crisi sovrana.

Malgrado questi venti contrari e senza il vento in poppa dell’AI, le aziende europee dimostrano di avere ancora la capacità di fare bella figura.

Di che cosa sarebbero capaci se venissero rimosse le loro catene?